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Meet el Presidente


Se c’e’ una cosa che gli americani sanno fare bene e’ parlare in pubblico. L’ho pensato ripetutamente sabato sera, mentre l’aereo di William Jefferson Clinton volava in circolo su Minneapolis, senza nessuna voglia di atterrare. Nel gigantesco auditorium dell’universita’ c’erano piu’ di tremila persone, in grandissima parte studenti che per avere un biglietto (gratis) si erano fatti ore ed ore di fila la mattina presto, e sul palco si susseguivano il rettore, il preside della facolta’ di scienze politiche, la benefattrice della serata, il vecchio vicepresidente Mondale (contro il quale, in un’eta’ lontanissima, avevo tifato per Gary Hart). E poi, mentre, per guadagnare ancora un po’ di tempo, andava un filmato su Hubert Humphrey, il sindaco della Minneapolis del dopoguerra, poi senatore e vicepresidente dei diritti civili. E infine l’ho pensato quando ha preso la parola la star della serata, sommerso da un affetto emozionante. Tutti in piedi, il componente dei Jackson Five sulla mia sinistra, un tipo alla Frank Zappa sulla mia destra, la ragazza bellissima a destra di lui, l’anziano ed incazzatissimo professore di humanities davanti a me, l’amica sedutagli accanto che annuisce alle sue atroci recriminazioni per ore, dandogli sempre inflessibilmente ragione..
Da dove sono io la chioma argentata di Clinton e’ un puntolino lontanissimo, ed i suoi gesti cosi’ sorprendentementi consueti (le braccia ad abbracciare ecumenicamente il leggio, la testa piegata da un lato per cominciare un ragionamento), sono quelli di un burattino. Ed il discorso suona una, familiarissima, unica nota. Quella dell’America rurale di momma and pop che impara a conoscere il mondo. Che sceglie a volte di legarsi le mani (con i patti, le organizzazioni internazionali) per rendere migliore il futuro dei nipoti. Gli aneddoti, logicamente, parlano di incontri alla State Fair, di una testata nucleare persasi fra le mucche dell’Arkansas, dell’amico di infanzia repubblicano preoccupato per il futuro dei figli, e poi, senza soluzione di continuita’, delle terre dello Tsunami, della t-shirt ricevuta in regalo in Ghana, prodotta grazie all’abolizione dei dazi negli USA. Alla fine e’ un America che perdutamente sa di vecchio latte quella che ci racconta questo giovane ex presidente, la cui attuale fragilita’ fisica suscita affetto piu’ che rispetto (ma forse con lui e’ sempre stato cosi’).
L’impressione immediata e’ che abbia scelto un registro fin troppo didattico, e che gli sia mancata una di quelle sue ottime punchlines, ad esempio la descrizione della presidenza quale di un delicato equilibrio fra le headlines (i titoloni sui giornali, le grandi emergenze) e le trendlines (i grandi movimenti di fondo, l’emigrazione, il nuovo vivere digitale), che gli ho sentito fare tempo fa su C-Span.
L’impressione del giorno dopo e’ che  il messaggio, ed anche gli artifici retorici (“ora applaudite, ma verra’ il momento che sentirete ingiuste le scelte dell’Onu o del Wto, ed e’ allora che dovrete ricordarvi delle ragioni della nostra adesione”), siano stati un po’ come le vecchie lire: piacevoli ricordi legati a tante cose buone, ma, almeno per ora, fuori corso.

PS grande invenzione il wireless. E’ tutto il giorno che sento la playing list del mio vicino di casa. Niente male questi.

Pubblicato il 8/11/2005 alle 7.50 nella rubrica Minnesota Nice.

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