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Diario


12 dicembre 2005

Syriana

Sono andato a vedere Syriana il nuovo film dello sceneggiatore di Traffic, Stephen Gaghan ora anche regista. Dal trailer, nel link sopra, e dalla tag line, “everything is connected”, mi aspettavo il film dell’anno, adrenalinico ed esaltante. Invece e’ un’opera complessa, colta, parlata in almeno sei lingue (farsi, arabo, pakistano, inglese, francese, tedesco) e strutturata per mantenere una tensione continua e diffusa, piuttosto che concentrarla in poche scene chiave. E’ un film che apparentemente lavora di piu’ sul cervello che sulle emozioni, ma che il giorno dopo si manifesta con un difficile da descrivere, irrazionale, sapore in bocca. Di sicuro e’ da vedere con qualcuno col quale vi piace parlarne dopo.

Ci sono almeno tre strati. Il piu’ esterno e’  la grande denuncia tipica del bel film civile anni ’70 ed ‘80, come “I tre giorni del condor” e “Missing”.

Appena sotto  c’e’ il complicato l’intrecciarsi delle storie individuali dei personaggi, il continuo zoom in and out, fra i consigli di amministrazione delle grandi corporation petrolifere e le file all’ufficio immigrazione di Dubai, fra i corridoi del Congresso ed i retrobottega dei negozi di barbiere di Tehran, fra i lobbysti del Comitato di Liberazione dell’Iran e le villette a schiera del Maryland. La grande storia che schiaccia la piccola vicenda umana. Ma anche l’impossibilita’ per ciascun personaggio (e davvero ciascuno) di avere un quadro completo degli eventi, e quindi la sua propria tragicita’.

Infine il meccanismo dinamico della sceneggiatura, che si fa ammirare perche’ gli eventi che motivano le azioni sono sia parte dello sviluppo diciamo cosi’ interiore dei protagonisti, sia, e questo si chiarisce solo alla fine, anche non ovvia metafora storica e politica. Davvero non ovvia, tanto che a me l'hanno dovuta spiegare.

Il risultato puo’ essere noioso per chi non conosce la parola hezbollah, e nel cinema ce n’erano molti. Ed e’ inquietante per chi invece coglie le allusioni a Condoleeza, Chalabi e George Tenet, e si ritrova ad apprezzare il calore umano delle madrasse e ad avere simpatia per un tipo di arabi che godrebbe certamente di cattiva stampa sulla Fox. Eppure questo non e’ un pamphlet a tesi. Qui le conclusioni le deve tirare lo spettatore, da solo, e non saranno uguali per tutti. Ho sentito il regista dire: negli anni ’70 il film avrebbe avuto un momento decisivo nel quale saremmo stati colpiti, punf, dalla rivelazione del complotto: “Yes, it is Big Oil, I got it!”. Qui invece e’ “Of course, it is Big Oil, so what?”.

E’ un mondo difficile ed i buoni non ci sono piu’ (e forse neanche i cattivi veri).

 




permalink | inviato da il 12/12/2005 alle 9:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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Margrethe: they'd all been hidden in churches and hospitals, in people's home and country cottages.
Bohr: But how was that possible? Because we'd been tipped off by someone in the German embassy. Your man?
Heisenberg: One of them
..
Bohr: Heisenberg, I have to say - if people are to be measured stricly in terms of observable quantities..
Heisenberg: Then we should need a strange new quantum ethics. There'd a place in Heaven for me.

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